GENESI
Non ho iniziato per passatempo, né per lavoro. Ho iniziato perché non avevo alternative.
L’arte è entrata nella mia vita come entrano certe cose inevitabili: senza rumore, senza permesso.
Come una ferita che si apre e non puoi ignorare.
Sono sempre stato chiuso, poco leggibile, anche per chi mi sta accanto.
Dentro, invece, c’è sempre stato caos: immagini che si accavallano, frasi trattenute, tensioni irrisolte.
A un certo punto ho preso un pennello, ed ho iniziato a scavarmi.
Ogni opera nasce così. Da un’immagine che insiste, che torna, che non mi lascia in pace.
Provo a portarla sulla tela, ma durante il lavoro cambia forma. Sempre.
Non inseguo la fedeltà, cerco lo spostamento.
Nel mio studio accendo una candela.
Resta accesa dall’inizio alla fine, come se osservasse tutto.
Serve a segnare un tempo, a rendere ogni scelta più consapevole.
Mi ispiro a chi ha saputo rompere le regole per dire qualcosa che fosse necessario.
Arte concettuale, a volte scomoda, spesso difficile da decifrare. Ma carica di urgenza.
Senza decorazione inutile.
Per me l’arte è un linguaggio, ma è anche uno strumento.
Un modo per entrare nel mio petto, per verificare che ci sia ancora qualcosa che pulsa.
Ogni quadro è un racconto lasciato aperto. Non per tutti, solo per chi accetta di guardare davvero.
I miei lavori cercano senso, profondità, fratture.
Non l’idea rassicurante di bellezza, ma una verità imperfetta. E per questo più onesta.